Giancarlo Tagliaferri nella sua casa di Milano

Mi chiamo Giancarlo Tagliaferri, sono nato a Milano il 5 Maggio 1933. Mio papà era socialista e tutti noi, in famiglia e i nostri amici, eravamo antifascisti. Mi ricordo una volta che il Tito, cioè Angelo Grattoni, comandante Partigiano, aveva preso a calci nel culo il “fascistun” della casa dove abitavamo, in via Ovada, qui alla Barona. Stava al piano terra e faceva andare la radio a tutto spiano moglie gli gridava “Tira fuori la pistola, sparagli!”. E allora lui da dieci pedate al minuto è passato a venticinque, la metà nel sedere! Il mio povero fratello Angelo ha perso la voce a forza di cantare Bandiera rossa e “cumpagnia bela”, suonando la fisarmonica. Eravamo ancora nel ’43.

In via Ovada abitava un’altra famiglia di antifascisti, i Monasso. La signora Elisa faceva la portinaia e io invece facevo il filo a sua figlia, la Liliana, che mi piaceva molto. Nella portineria della signora Elisa andava spesso a mangiare un ufficiale della Wehrmacht, che si professava antifascista e anti-hitleriano. Questo ufficiale era il comandante della contraerea tedesca, che si trovava in fondo alla via. Un giorno, l’ufficiale tedesco ha detto piangendo all’Elisa: “Signora Elisa, mi mandano in Russia, non ci vedremo più”. E non l’abbiamo più visto.

Dopo l’8 Settembre

Dopo l’8 Settembre, c’era il famoso faro che inquadrava gli aerei, in duro alluminio e tutta la gente lo spaccava per venderlo. Poi c’era un signore che con due mattoni spaccava i proiettili antiaerei e vendeva il bozzolo a 25 lire l’uno al Contarena, “el strascè” del quartiere. Con la polvere da sparo dei proiettili, la famosa balistite, noi ragazzi giocavamo e qualcuno si è anche bruciato

Il deposito di carburanti di cui parla Giancarlo Tagliaferri nel suo racconto

Il 31 Marzo del ’45, in zona nostra c’è stato uno degli ultimi bombardamenti su Milano. Il bersaglio era il deposito di carburanti del Vedani Cairo dove c’era il carro cisterna che trasportava la benzina viaggiando su una piccola ferrovia da piazza Bilbao alla Cartiera Binda, ma avevano fatto in tempo a portarlo via. Mio padre ha contato cinquanta buche in terra fatte dalle bombe. Mi ricordo che qualcuno tornava a casa con il “fusulet” (fazzoletto) dei fascisti, che voleva dire, come se fosse uno scalpo: fatto fuori e basta.

Il fratello Angelo

Il 25 Aprile io ero a Rozzano, dove facevo “el prestinè”, il panettiere, 10 lire per una settimana: “Va in su la furca ti e’l ton pan!”. Quel giorno mi trovavo in piazza. All’improvviso spariscono tutti e arriva una camionetta di tedeschi. Io ero rimasto solo e allora dalla paura mi sono buttato in un fosso, poi di corsa verso la chiesa tutto bagnato gridando “Curato, curato!”. Ma il curato era scappato anche lui. Questo è l’unico ricordo che ho del giorno della liberazione di Milano.

Per noi è stata una festa un po’ amara quella della Liberazione, perchè mio fratello Angelo non c’era più. Era morto il 18 gennaio 1944. Quel giorno io ero salito in solaio, dove avevamo nascosto delle armi prese quando erano andati via i fascisti. Mio fratello era uno sbandato, si stava preparando per andare in montagna dai Partigiani e cercava esplosivi da vendere. Si era messo a limare un 20 mm inesploso, un proiettile lungo così, con una lima molto grossa che creava calore e a un certo momento è scoppiato, portandogli via la testa.

Se Angelo non fosse morto in quel modo sarebbe diventato un Partigiano e, tornando vivo dai monti, avrebbe festeggiato con noi la ritrovata libertà. Essendo il fratello di un caduto civile per cause belliche, io sono poi stato esonerato dal servizio militare. C’era tanta fame in quei giorni lì, subito dopo la fine della guerra, con mio padre andavo a mangiare alla mensa collettiva di Porta Genova o in altre mense che c’erano in giro per Milano.

Angelo, il fratello più grande di Giancarlo Tagliaferri, morto nel 1944 mentre si apprestare a diventare Partigiano