Giancarlo Gatti (1932)

Mi ricordo che hanno ucciso quattro patrioti in via Tibaldi, dove c’è quel cafferino, che han trovato delle armi nascoste sotto il banco del bar. Hanno tirato fuori tutti quelli che c’erano e ne hanno ammazzati quattro. Io li ho visti per terra, morti, con la camicia forata, sangue dappertutto.

Via Tibaldi – La lapide partigiana dei martiri della libertà sfregiata da scritte fasciste inneggianti a Kappler. Fotografia di Silvestre Loconsolo del 26.08.1977 (fonte Lombardia Beni Cuilturali).

Poi, quando c’è stata la Liberazione, hanno preso quello lì che aveva fatto la tirata, che li ha fatti ammazzare, e l’han fatto girare per la Baia – via Barilli, via Palmieri e via Nera – con un cartello adosso “Io sono l’assassino dei quattro patrioti uccisi in via Tibaldi”. E lì cosa facevano? Gli tiravano adosso i sassi, gli sputavano adosso, gliene facevano di tutti i colori. Han fatto tutte le strade a piedi, in tutta la Baia, e l’han portato in via Tibaldi dove avevano amazzato quei quattro e a due o tre metri da lì hanno ammazzato lui. 

Baia del Re – Via Barrili, 1930 circa (foto Iacpm).

Poi mi ricordo in via Palmieri al 22, il portinaio, la portinaia e la figlia. Il portinaio era un fascista, di quelli che picchiavano. La figlia adescava gli sbandati e li arruffianava al papà e alla mamma e di lì li andavano a prendere e li mandavano a Mathausen… Quando poi c’è stata la Liberazione, lui l’hanno preso in viale Col di Lana, questo portinaio qui. Armato sino ai denti, buttava bombe di qua, bombe di là. Lui pensava di cavarsela, invece poi l’hanno preso e l’hanno portato in via Palmieri, dove c’è le scuole, l’hanno messo contro il muro. E lì, al primo piano, hanno tenuto la moglie e la figlia a guardare il marito e il papà che lo ammazzavano. E la mamma e la figlia che han visto ammazzare il papà e il marito le hanno rasate, perchè lì le donne che… le rasavano, a zero. 

L’ultimo fatto, che mi ricordo perfettamente bene.  Alla Berte, in via De Santis, che era un bar, si riunivano tutti lì: “Uè, andiamo a prendere quello là, uè quello lì, lo conosco io quello…”.  E salta fuori che lì, alla cascina Valleambrosia, c’erano dei tedeschi che stavano fuggendo, si erano imboscati lì e stavano a rifornirsi di roba per fuggire. Arrivano per tempo con un camioncino, una decina o anche più di questi ragazzi qua, che sono andati lì per prendere questi tedeschi. Allora, sparatoria di qui, sparatoria di là. Dopo il conflitto a fuoco i tedeschi hanno messo fuori, col fucile o il mitra che sia, un coso bianco che si sono arresi. Allora, il Dino Colombo – che io ero molto amico del fratello, che ha la mia età, mentre il Dino era del ’26 – ha detto: “Uè, ragazzi, si sono arresi!”, è andato là con un mitra per prenderli. Non so cosa ha combinato, cosa gli è saltato in mente a uno di questi tedeschi, una raffica di mitra e l’ha fatto fuori. E in via Palmieri al 5 c’è ancora fuori la targa di Dino Colombo…

La targa del Parco della Resistenza intitolata ai Martiri della libertà di Via Tibaldi danneggiata da vandali fascisti. Aprile 2016 (fonte Il Corriere della Sera).

E queste sono le cose più principali che mi ricordo. Poi mi ricordo che sono andato in piazzale Loreto, con mia sorella maggiore. E lì portavano tutti questi squadristi, questi pezzi grossi. Li appendevano con le gambe in alto, che era un chiosco della benzina. Portavano quelli già morti, come il Duce, la Petacci, che sono arrivati da Como, che li avevano ammazzati là, e li hanno attaccati su anche loro. E c’era la Petacci, che con la gonne… allora hanno messo una scala e con una corda le han legato la gonna, perchè se no era un po’ uno scandalo. E li hanno appesi lì, come hanno appesi Starace, Farinacci, Aldo Resega, Ettore Muti… Mentre i pezzi diciamo non grossi, arrivavano lì, dice “Li conosci questi qua”, e quelli “Pietà, pietà!”, urlavano, trrrrrrrr, c’erano una ventina di morti lì sotto…