Il 20 maggio del 2017 passerà alla storia civile di Milano  e dell’Italia come il sabato dei centomila. Centomila persone più o meno “legali” in marcia per la difesa dei diritti dei migranti.  Contro il razzismo e le paure. Con l’allegria delle musiche e dei colori. 

Nessuna persona nasce illegale, ma spesso lo diventa quando attraversa i confini degli stati spinto dal bisogno o per fuggire da una guerra, da una dittatura. Nella tanto decantata società globale dei flussi, del nomadismo, della sovranazionalità, tutto si muove eccetto i confini posti per i migranti sfortunati. Per il sale della terra, come si diceva una volta. 

Lo straniero indigente e rifugiante continua ad essere fissato e costretto in uno spazio altro, in un al  di là avvertito come minaccia. In una terra di nessuno, transconfine, attraversando la quale può anche morire.  Quando si parla di stranieri portatori di bisogni – e non di capitali, di investimenti, di danaro, di mafia –  le società locali si chiudono entro i propri confini territoriali.  Come fossimo ancora in piena epoca degli stati nazionali ottocenteschi. Il cosiddetto “glocale” si ferma davanti al migrante che chiede aiuto o asilo.  Erge muri, inventa nuove e astruse categorie giuridiche, riduce un essere umano a clandestino. Allontana il nuovo vicino, il prossimo che viene. 

Una formazione economica e  sociale  cieca, piena di gadget e innovazioni, prossimamente anche su Marte. Ma incapace di elaborare una cultura cosmopolita che tratti la vita degli umani in modo degno.  Non ci vorrebbe molto, se pensiamo che il mondo sia un villaggio. 

Centomila

Centomila tutti in strada, da Porta Venezia al Parco Sempione. Sotto il sole, sotto gli alberi. Come un fiume in piena. Una bella Milano meticcia, ben oltre lo sguardo separante e miope della politica ordinaria e dei cialtroni vari sempre a caccia di voti. 

Scatto delle foto, stupito da quello che vedo e che sento.  Secondo il programma della giornata avrei dovuto trovarmi in un altro posto, ma la cosa è poi saltata e per fortuna sono qui. Saluto i compagni dell’Anpi, risalgo il lunghissimo corteo senza raggiungerne mai la testa prima che arrivi a destinazione. 

Io questi tanti fratelli illegali li farei arrivare da noi – in Italia, in Europa – in modo del tutto legale. Con un normale volo aero di linea o una traversata in nave, magari con un traghetto della Moby Line o Tirrenia, come quando vado in Sardegna.  Al costo del biglietto. Sparirebbero scafisti e morti affogati in mare. E’ l’unica soluzione sensata, che farebbe risparmiare montagne di euro, da investire nella vera sicurezza. Con la contestuale abolizione di quella cosa vergognosa che è il reato di clandestinità.  Sarà pure  “buonismo”,  come dicono gli incattiviti dalle ideologie securitarie,  mostratesi in tutti questi ultimi decenni incapaci di risolvere un problema che sia uno. Del resto lo aveva detto tempo fa anche Papa Francesco, il primo buono tra i buoni, ma nessuno ha ripreso le sue parole. Nessuno, almeno tra i rappresentanti politici e i responsabili delle politiche pubbliche.